Metro Exodus: dal libro “open source” al videogioco sul viaggio post apocalittico in transiberiana

Metro Exodus: dal libro “open source” al videogioco sul viaggio post apocalittico in transiberiana

È iniziato tutto con un libro “open source”, partorito alla mente di Dmitry Glukhovsky ma completato ascoltando i lettori, che online hanno fornito all’autore consigli e suggerimenti su come far procedere la trama. Rifiutato dalle case editrici, il primo libro, Metro 2033, era diventato un piccolo caso proprio per il successo raccolto online, dove si era trasformato e migliorato proprio come un software, grazie ai continui contributi degli utenti. Ora la serie Metro è un prodotto consolidato portato avanti da decine di scrittori supervisionati da Glukhovsky, ma anche una serie di videogiochi che hanno dato vita ad una rappresentazione visiva di questo mondo che, dagli spazi claustrofobici della metropolitana russa, con Metro: Exodus si sposta in superficie.

La serie di sparatutto sviluppata da 4A Games non rappresenta esattamente ciò che ci si aspetta quando si sente parlare di questo genere. Vista la sua nascita su carta, il suo punto centrale è il racconto e lo sviluppo dei personaggi e delle varie fazioni che popolano un mondo colpito da una guerra nucleare che ha costretto gli uomini a rifugiarsi nella metropolitana di Mosca, la seconda più grande al mondo dopo quella di Tokyo. È qui che si sono sviluppate tutte le storie di Metro fino ad oggi, quando il nuovo capitolo porterà il protagonista e altri rifugiati ad affacciarsi in superficie e affrontare un’odissea verso la parte più orientale della Russia, alla ricerca di un posto in cui vivere lontano dalle tensioni del sottosuolo.

Il problema è che tra Mosca e l’obiettivo del gruppo c’è un’intera ferrovia transiberiana che dovremo percorrere a bordo dell’Aurora, un treno corazzato che farà da sfondo al viaggio di Metro: Exodus. Un pretesto, quello del viaggio su binari, che ha consentito agli sviluppatori di spezzare l’intera storia in varie parti, regioni e stagioni, che durante il gioco si susseguiranno per un anno intero, facendoci passare dai caldi deserti estivi agli innevati panorami invernali. Un cambio di location che, dal codice che Fanpage.it ha potuto provare in anteprima, porta con sé una continua ventata d’aria fresca al modo in cui si possono approcciare le diverse situazioni che ci si pareranno davanti.

Di certo ciò che non è Metro: Exodus, proprio come nel caso dei capitoli precedenti, è uno sparatutto dove si spara dall’inizio alla fine. Anzi, la scarsità di munizioni comporta una onnipresente necessità di risparmiare ogni singolo colpo cercando di affrontare i gruppi rivali e gli abomini creati dalle radiazioni in maniera intelligente più che violenta. Una strategia che proprio l’impostazione open world consente di sfruttare a piacimento e liberamente, ma che intelligentemente il gioco sottrae al giocatore negli spazi più ristretti, dove torna a riproporre quella sensazione di claustrofobia dei primi capitoli. Qui sarà obbligatorio utilizzare con parsimonia la maschera antigas per evitare che i filtri si scarichino completamente proprio all’interno di un ambiente altamente tossico. Metro: Exodus rappresenta di certo un’interessante proposta sul piano dei titoli ambientati dopo un’apocalisse nucleare, anche perché la sua natura russa lo distingue chiaramente dai prodotti americani come Fallout, che propongono una visione diversa di una nazione messa in ginocchio da una guerra nucleare. Per poter esplorare la transiberiana dovremo attendere ancora poco: il gioco uscirà il 15 febbraio.

Fonte: Metro Exodus: dal libro “open source” al videogioco sul viaggio post apocalittico in transiberiana