Come scegliere le azioni per investire partendo dai motivi per scartarle

Come scegliere le azioni per investire partendo dai motivi per scartarle

Il lavoro migliore spesso termina con una riga secca: “Titolo respinto”. Non perché la società sia necessariamente cattiva, ma perché gli utili non convincono, il debito lascia poco spazio oppure il prezzo incorpora già uno scenario troppo favorevole. Per capire come scegliere le azioni per investire conviene partire da qui: cercare le ragioni per dire no, invece di innamorarsi della possibile storia di crescita.

Il metodo è un dossier di esclusione. Prima si comprende l’attività, poi si ricostruiscono utili e cassa, si misura il debito e solo alla fine si parla di valutazione. Una buona azienda, infatti, può essere una cattiva azione se acquistata a un prezzo eccessivo. Al contrario, un multiplo basso non rende automaticamente conveniente un’impresa fragile o ciclica.

Come scegliere le azioni per investire con cinque prove

Immaginiamo due società, Alfa e Beta, quotate allo stesso rapporto prezzo/utili, cioè allo stesso P/E. Guardando solo questo multiplo sembrano equivalenti. Il comitato investimenti deve invece sottoporle a cinque prove.

1. Il business si riesce a spiegare senza slogan?

La prima domanda riguarda ciò che l’azienda vende, chi paga, perché compra e quali fattori determinano ricavi e costi. Se per descrivere l’attività servono formule vaghe, conviene fermarsi. Devono essere leggibili almeno la provenienza della crescita, la dipendenza da pochi clienti, la ciclicità della domanda e il potere di trasferire gli aumenti di costo sui prezzi.

La crescita organica merita una riga separata. Un aumento dei ricavi ottenuto vendendo più prodotti o applicando prezzi sostenibili non è uguale a una crescita comprata con acquisizioni. Le operazioni straordinarie possono funzionare, ma complicano il confronto storico e spesso portano nuovo debito o aumenti di capitale.

Il criterio è simile a quello usato quando si valutano prodotti tecnici: prima si definiscono le necessità reali, come accade nella scelta di uno strumento adatto al lavoro, poi si confrontano le caratteristiche. Partire dal modello più discusso e cercargli dopo una funzione è il percorso inverso.

2. Gli utili hanno una qualità verificabile?

Dal conto economico vanno osservati ricavi, margini operativi, oneri finanziari, imposte e utile netto. Non basta vedere se l’ultima riga cresce. Occorre capire se il miglioramento arriva dall’attività ordinaria oppure da componenti non ricorrenti, variazioni contabili o condizioni cicliche particolarmente favorevoli.

Il rischio dei multipli bassi emerge bene da un dato storico. Morningstar Italia ha segnalato che gli utili di Piazza Affari sono diminuiti del 17% nel 2024 rispetto al 2023, descrivendo il 2025 come un anno di assestamento. Il dato non serve a prevedere il mercato. Ricorda piuttosto che un P/E calcolato su profitti eccezionalmente elevati può apparire economico proprio prima della normalizzazione degli utili.

Alfa presenta margini relativamente stabili e risultati riconducibili all’attività caratteristica. Beta mostra invece margini più variabili e utili legati a condizioni difficili da replicare. Lo stesso P/E fotografa quindi due situazioni diverse.

Dal conto economico alla cassa: dove il dossier cambia direzione

Gli utili sono una misura contabile. La cassa mostra quanto denaro rimane dopo aver sostenuto l’attività. Il passaggio decisivo è quindi dal conto economico al rendiconto finanziario.

Il free cash flow può essere letto, in termini essenziali, come flusso di cassa operativo meno investimenti. Va osservato su più esercizi e confrontato con l’utile netto. Una divergenza occasionale può dipendere dal capitale circolante o da un programma di investimenti. Una divergenza persistente richiede invece una spiegazione precisa.

  • Crediti commerciali: se crescono più rapidamente dei ricavi, le vendite potrebbero non trasformarsi in incassi con la stessa velocità.
  • Rimanenze: un accumulo può assorbire cassa e segnalare domanda inferiore alle attese.
  • Investimenti: bisogna distinguere, per quanto possibile, quelli necessari a mantenere l’attività da quelli destinati all’espansione.
  • Componenti non ricorrenti: cessioni e altri incassi straordinari non sostituiscono la generazione ordinaria di cassa.

Nel nostro confronto, Alfa converte con una certa regolarità gli utili in free cash flow. Beta riporta profitti, ma la cassa è intermittente e viene assorbita più spesso dal capitale circolante e dagli investimenti. A parità di P/E, Alfa supera la prova; Beta resta sotto osservazione.

Debito e valutazione: lo stesso P/E non significa lo stesso prezzo

Lo stato patrimoniale completa il quadro. Debito netto, scadenze, liquidità e costo degli interessi indicano quanta parte del futuro aziendale è già vincolata. Due indicatori sono particolarmente utili: debito netto/EBITDA e copertura degli interessi. Il primo mette in rapporto l’indebitamento con un risultato operativo; il secondo verifica quanto il risultato operativo riesca a coprire gli oneri finanziari.

Non esiste una soglia valida per ogni settore. Un’attività stabile può sostenere una struttura finanziaria diversa da un’impresa ciclica. Conta anche la direzione: debito in calo grazie alla cassa operativa oppure debito crescente per finanziare dividendi, acquisizioni o gestione corrente.

Janus Henderson, citata da Milano Finanza, ha stimato un aumento di 12,5 miliardi di dollari dell’indebitamento delle società quotate italiane. Il dato aggregato non giudica la singola impresa, ma chiarisce perché il debito non possa essere lasciato in nota. La Banca d’Italia è invece il riferimento da consultare per collocare costo del credito e condizioni finanziarie nel quadro macroeconomico.

La griglia comparativa del dossier può essere compilata così:

  • Crescita organica: Alfa sostenuta dall’attività esistente; Beta dipendente anche da acquisizioni o fattori temporanei.
  • Margini: Alfa relativamente stabili; Beta più volatili.
  • Free cash flow: Alfa ricorrente e coerente con gli utili; Beta discontinuo.
  • Debito netto/EBITDA: per Alfa in miglioramento; per Beta in peggioramento o poco leggibile.
  • Copertura degli interessi: Alfa mantiene spazio operativo; Beta mostra una copertura più esposta al calo degli utili.
  • P/E: uguale per entrambe, quindi insufficiente a decidere.
  • EV/EBIT: mette in evidenza la diversa struttura finanziaria, perché considera il valore dell’impresa e non soltanto il prezzo del capitale azionario.

Chi valuta mercati esteri deve mantenere lo stesso metodo, aggiungendo valuta, fiscalità, orari e caratteristiche dell’intermediario. Sono aspetti operativi trattati anche nella gestione di un investimento azionario statunitense dall’Italia, ma non sostituiscono l’analisi della società.

La Relazione 2025 della Consob indica che, a fine anno, la capitalizzazione del mercato azionario italiano equivaleva al 48% del PIL. È un richiamo utile alla dimensione del listino, non una scorciatoia per la selezione: gli indicatori aggregati descrivono il mercato, mentre la decisione dipende dai conti della singola impresa.

Tre scenari prima di stabilire il margine di sicurezza

La valutazione arriva per ultima. Per Alfa e Beta si preparano tre scenari senza trattare una previsione come certezza.

  • Scenario base: ricavi, margini e investimenti seguono ipotesi compatibili con la storia ordinaria dell’impresa.
  • Scenario recessivo: vendite e margini diminuiscono, la conversione in cassa peggiora e la copertura degli interessi viene sottoposta a maggiore pressione.
  • Scenario ottimistico: la crescita accelera e i margini migliorano, ma solo sulla base di fattori operativi identificabili.

Per ogni scenario si stima un intervallo di valore, usando multipli coerenti oppure flussi di cassa prospettici. Il margine di sicurezza è la distanza tra il valore prudente stimato e il prezzo di mercato. Va stabilito prima della decisione: più sono ciclici gli utili, incerta la cassa e pesante il debito, maggiore dovrà essere lo sconto richiesto. Non esiste una percentuale universale.

Alfa può risultare una buona azienda, ma essere respinta se il prezzo presuppone già lo scenario ottimistico. Beta può sembrare economica sul P/E, ma non superare le prove su cassa e debito. Il dossier torna così alla riga iniziale: “Titolo respinto”. Non è un’occasione mancata. È il risultato normale di un processo che protegge dalle mode e separa i numeri verificabili dalle storie ben raccontate.

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